Mala kruna, in croato, significa "piccola corona di spine": un titolo che rimanda a un rosario esistenziale, fatto di versi/spine, che si sgrana, stazione dopo stazione, sul metaforico treno che attraversa le età della vita.
Un viaggio dell’essere il cui protagonista è il corpo-emozione, impresso sul foglio quasi fosse una tela ove simboliche eppur concrete figure s’avviluppano in spazi interiori intensamente percepiti.
Intercapedini tra sogno e vita, trasfuse di fisica sensualità fatta di pelle, sangue, respiro. Fonti reali d’un oggettuale sentire istantaneamente sublimato.
precipitando il mondo
la notte camminavo tra le zolle
su una collina che non puoi sapere
se lenta cresce fino alla montagna
o se t’inghiotte dentro la sua buca
ora solleva una luce la terra
o è il vortice appena il piede tocca
il rullo di granelli dentro il buio.
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t’ha fatto il nero più buio degli occhi
il posto che è la casa vuota di me
l’unghia che ritorna e spacca
la carne. Da piccole macerie
d’anno in anno t’ho raccolto
ed ora che potrei stringermi
all’incubo che ho gridato
chiudo le arterie e torno monca alla vita.
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guardo il buio con queste
corde che si muovono, e ascolto
la nave luminosa che si ferma.
Prenoto e annuncio ancora il mio partire:
oltre la grata della porta il vuoto
s’alza come una torre; e un altro
vicino a me è ancorato
e si sbriciola in passi sulla strada. E io non so
se salgano o scendano le corde
da questo pianerottolo, ma vedo:
l’immagine di me che si spazienta
entrare con i piedi su una terra
morbida e pestata molte volte.
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puoi poggiare la testa dove la terra affonda
molle, nella cuna tra i colli dove
si veste d’acqua
insegue la bolla di vita tenue
il sorriso chiuso nella pelle
d’ambra, gli animali nell’inverno
addormentati nella tana.
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e la ragazza arco
appoggia un piede in aria e congiunge
costellazioni di non generati
al grido che ha rotto ora le acque,
appesa la pelle a un ramo cattura
il vento, è una busta della spesa
di desideri altrui
svaniti in uno sguardo
nel treno del mio sangue
salite
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qua dove ogni parola è ramo rotto
albero di musica in riva al mare
quale piaga insieme siamo
distanti
solo arsa saliva pesto petto,
ma se gli occhi appoggiassero ai tuoi occhi
ogni nodo al sangue sarebbe fiocco.
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mentre mi scucio e frano
lui bagna il dito sulla lingua e punta l’ago
nell’aria che mi salda.
Ha fatto uno zaino di me in un giorno
l’amore in petali sul pavimento.
Quand’era fondo il silenzio cantava
goccia caduta dentro le costole
si può respirare dalla sua bocca
come l’annegato e camminare
pestandogli i piedi,
ma le gambe vorrebbero fluttuare
come alghe al suono della sua voce
e lui continua a spingere la culla
il suo corpo come un pollice.
Fors’è annodato alle sue dita questo
gomitolo che srotola e svanisce.
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vorrei con le parole aprirti
questa vita come una mano
che sul tavolo capovolta
aspetta d’essere riempita
stretta nella tua. Vorrei la lingua
a chiudere ogni foro, a intonaco
di questo intreccio di sterpi bruciati.
Saremo due camicie
appese l’una dentro l’altra
per una stagione intera
dove la penombra ha immerso
l’amo negli inverni.
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anche quando è la scure che ci abbatte
l’uno sull’altro per la sua catasta
o quando in una piazza ci sfioriamo
le lingue come gambi senza fiore
siamo uniti e intrecciati con pazienza,
un canestro che dondola alle dita.
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Leggo stesa, il libro sul torace
è il mio terzo polmone
che s’apre e si richiude.
Stavo sognando la mia muta,
avevo lettere tatuate
come un anfibio stavo sulla sponda.
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il passo sui binari del suicida
svuota le bocche e spezza
le redini di affetti incontrollati.
Ora l’infante potrà camminare
con l’equilibrio che porta le braccia
a sollevarsi inermi dalla terra.
È un giorno strabico, e le persone
s’affacciano sul proprio sangue fermo
chiedendo dove sbuca la corrente
che spinge rossa e perfora gli occhi.
L’obitorio è un lago calmo: le barche
ovali come il seme di una donna,
la carne dove dorme sempre un figlio.
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ora in te è un rudere la casa
franata in una notte, ora
la betoniera mastica la calce,
il tetto spiovuto, la preghiera
che mantenevi aperta con le mani.
Di tutte le stanze resta
l’incavo intonacato dello stomaco.
Tu pesti le sue pozze d’acqua stagna
e la saliva che discende
per essere inumata.
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invidierai l’aria che rimane
sospesa oppure immersa
là dentro agli alberi, nella pianura
sarai il battito chiuso di quei polsi
in stagioni di luce elettrica,
lo sguardo che gratta la vernice
e segna la sua nascita e il suo amore;
ma prima che squilli la porta e torni
lo stormire di tv senza canale
formicolando grigia come il mondo
visto dalle astronavi dei non nati
tu decrepita per molta ingenuità
sillabando con fatica
con la mano destra stretta
avrai ancora una parola
calda al ferro della cella.
Franca Mancinelli è nata a Fano nel 1981. Ha pubblicato un libro di poesie, Mala kruna (Manni, San Cesario di Lecce 2007; premio opera prima “L’Aquila”, “Giuseppe Giusti”). È inclusa nell’antologia nodo sottile 4 (Crocetti, Milano 2004), nodo sottile 5 (Le lettere, Firenze 2008) e ne Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, a cura di Giancarlo Pontiggia (interlinea, Novara 2009). Sue poesie sono state tradotte in spagnolo (in Emilio Coco, Jardines secretos. Antologìa de la joven poesìa italiana, Sial, Madrid 2009). Ha vinto con gli inediti il premio “Castelfiorentino” e “Senigallia-Valerio Volpini”. Un’ampia silloge dei suoi versi è apparsa su «Poesia» nel marzo 2006. Suoi testi sono usciti su varie riviste cartacee e online, tra cui «Nazione Indiana», «l’immaginazione», «Graphie», «Versodove». Collabora come critica con «Poesia» e con altre riviste e periodici letterari.
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